NOÈ, ATLANTIDE E LA MITOLOGIA DEI
CATACLISMI
di
VALERIO MASSIMO MANFREDI
LA
STORIA dell’umanità è una storia di catastrofi così devastanti da rimanere
impresse nella memoria collettiva, nei miti e nelle leggende. Catastrofi vissute
come punizioni degli dei, offesi e vendicativi.
Il
Diluvio universale è uno dei primi grandi racconti della Genesi, ma è presente
presso quasi tutte le civiltà antiche. La sua versione biblica dice che
l’umanità era a tale punto corrotta da apparire agli occhi di Dio come
irrecuperabile. C’era un solo giusto, un uomo di nome Noè a cui il Creatore
dettò le misure per costruire un enorme vascello in cui far entrare tutte le
specie di animali e attendere che la terra venisse sommersa, che tutti i suoi
abitanti venissero sterminati.
Quando
finalmente la pioggia cessò l’arca si arenò sui monti di Urartu e cioè sui primi
contrafforti del Tauro orientale. Da Noè e dalla sua famiglia sarebbe ripartita
una umanità non migliore di quella che era stata sterminata.
La
scoperta di una seconda e alternativa versione del Diluvio fu scoperta nel poema
di Gilgamesh, molto più antico della Genesi e di eccezionale fascino. Sir
Leonard Woolley agli inizi del secolo scorso credette di aver scoperto lo strato
sedimentale del diluvio biblico in un banco di argilla alluvionale dello
spessore di quattro metri ma in realtà tutta la bassa valle del Tigri e
dell’Eufrate è andata soggetta a massicce sedimentazioni nel corso dei millenni.
Il problema, in questo caso, è spiegare come l’alluvione avesse coperto “tutta
la terra.”
Al
giorno d’oggi c’è ancora chi va cercando l’arca in cima al monte Ararat in
Anatolia orientale, un montagna di oltre cinquemila metri, dimenticando che non
c’è tanta acqua sul pianeta da portare i livelli dei mari a quelle altezze. Sono
state date varie risposte al problema. Secondo alcuni sarebbe il ricordo di un
evento di enormi proporzioni: l’irrompere delle acque del Mediterraneo, alla
fine dell’ultima glaciazione, nella vasta depressione che oggi è colmata dal Mar
Nero e il cui fondo all’epoca era occupato da un grande lago di acqua dolce.
Sulle sue rive viveva una numerosa popolazione in condizioni di grande
prosperità che avrebbe tramandato per bocca dei superstiti la tremenda
inondazione. Più probabile invece è che il ricordo del diluvio, diffuso presso
tutte le antiche civiltà, non sia che la memoria storica dei cataclismi che
fecero seguito alla fine dell’ultima glaciazione che provocò l’innalzamento dei
mari e degli oceani e disastrose alluvioni per lo sciogliersi di immensi
ghiacciai.
Un
altro disastro molto illustre è narrato da Platone nel Timeo, un racconto che ha
generato uno dei miti più affascinanti della nostra civiltà: l’inabissamento di
un intero continente posto “fuori dalle colonne d’Ercole”: Atlantide. Da secoli
si va alla ricerca del continente perduto: sede di una civiltà superiore, di una
potenza e di una grandezza straordinarie, annientata in una sola notte dal dio
Poseidone a causa della corruzione dei suoi abitanti.
Già
Aristotele non ci credeva: «Lui (cioè Platone) diceva – l’ha suscitata dal mare,
e lui ve l’ha inabissata».
Gli
scienziati hanno cercato Atlantide dovunque: dal Mediterraneo all’Atlantico;
dalla Scandinavia al deserto del Sahara, dalle Canarie alle Azzorre,
all’arcipelago di Bimini, addirittura all’Antartide. Senza esito.
In
realtà oggi noi sappiamo benissimo che non è mai esistito un continente “più
grande dell’Asia (cioè dell’Anatolia) e della Libia (cioè il Nord Africa) messe
assieme” nell’Oceaano Atlantico. Atlantide è probabilmente un collage: voci di
terre e di grandi civiltà al di là dell’Oceano; ricordi di catastrofi naturali
come quella di Santorini, l’antica isola di Thera. Le ceneri dell’eruzione sono
state trovate nei ghiacci dell’Artico e datate con precisione. Nel 1600 a.C. un
terremoto scosse l’isola che è di origine vulcanica. Si aprì una crepa nel
fianco della montagna e il Mediterraneo precipitò a cascata dentro la fenditura
direttamente sul magma che risaliva. Il camino deflagrò come una bomba:
ottodieci chilometri cubi di ceneri e lapilli s’innalzarono in un fungo
mostruoso che oscurò il sole; un’onda anomala alta decine di metri si abbatté
sulle coste di Creta spazzando via la civiltà minoica e preparando il terreno
all’invasione dei micenei. Dell’isola di Thera rimase solo l’anello esterno: il
resto collassò con i suoi villaggi e i suoi abitanti sul fondo del mare.
A
quel disastro seguirono drammatici mutamenti climatici che si protrassero per
secoli determinando una serie di grandi squilibri ambientali: alluvioni
disastrose e lunghe siccità, inondazioni e carestie: convulsioni di una natura
che stentava a trovare il suo equilibrio.
Qualcosa
di simile, anche se in scala molto più ridotta, avvenne nel 79 d.C. quando il
Vesuvio, che i romani credevano una montagna qualunque, eruttò improvvisamente
una mattina di agosto distruggendo tre città e molti villaggi, seppellendoli
sotto uno strato di cinque metri di cenere e di lapilli. Il comandante in capo
della squadra imperiale alla fonda a Misero, Gaio Plinio Secondo, tentò di
uscire con l’ammiraglia forse per studiare la possibilità di un intervento
soccorritore dell’intera flotta, primo esempio nella storia dell’impiego delle
forze armate con scopi di protezione civile, ma restò bloccato nel sud del golfo
per il vento contrario e morì.
E’
purtroppo una lunga storia che sarebbe complicato raccontare per esteso: è la
storia della potenza smisurata della natura che l’uomo si illude di avere
imbrigliato. L’uomo moderno, per di più, ha aggiunto agli inevitabili disastri
naturali, come quello che ha devastato il Sud-Est asiatico, quelli dovuti alla
sua assurda violenza e madornale stupidità. Pensiamo alle bombe nucleari che
hanno debuttato sulla inerme popolazione civile di Hiroshima e Nagasaki per poi
continuare a seminare devastazione nei paradisi dell’Oceania. E pensiamo ai
cataclismi prossimi venturi: distruzione delle foreste pluviali, inquinamento
dei fiumi, dei laghi, degli oceani, dell’atmosfera, scioglimento dei ghiacci
artici e antartici, deviazione della Corrente del golfo… Da tempo gli scienziati
lanciano l’allarme ma nessuno li ascolta. Si preferisce studiare come costruire
l’arca invece che evitare il diluvio
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