Atlantide, Italia
Di
Mario Tozzi
Il suo mito risale alla notte dei tempi.
In tanti l’hanno cercata, ma sempre senza successo. Forse perché nessuno
immaginava che Atlantide potrebbe non essere un’isola sommersa. Nessuno tranne
un giornalista italiano che in un libro-inchiesta ipotizza che il mitico
continente sia proprio qui, al di là del canale di Sicilia
Tra tanti luoghi mitici dell’antichità è
forse il più remoto e affascinante. Di sicuro è quello attorno a cui sono stati
scritti di libri, in ogni epoca. E se ci fosse un Guinness dei primati
dell’archeologia misteriosa, si meriterebbe sicuramente il premio per il luogo
più cercato: in Grecia, Turchia, Gran Bretagna, perfino in Giappone.
Quanto saremmo sorpresi di scoprire che la risposta
era sotto i nostri occhi da sempre? Come la prendereste se qualcuno vi
rivelasse che la fantastica Atlantide era, in realtà, la modernamente
fantastica Sardegna?
Platone descrive il mitico regno di Atlantide
in due dialoghi ambientati al tempo della morte di Socrate(399 a.C.), il Timeo
e il Crizia, in cui si parla di "un’isola grande più bella della Libia e
dell’Asia", potente, civile e sacra a Poseidone, dio del mare, e i cui
abitanti avevano uno stretto legame con i Tirreni, cioè i "costruttori di
torri". L’isola doveva essere ricca di acqua e foreste, con un clima dolce
che permettesse più raccolti all’anno e, soprattutto, tanto ricca di minerali
(argyròphleps nesos, "l’isola dalle vene d’argento") da permettersi
cerchie di mura concentriche di ogni metallo. Atlantide si trovava a ovest
della Grecia e delle Colonne d’Ercole ed era già antica per gli antichi, quando
entrò in conflitto con Atene e gli Egizi e venne distrutta dall’ira degli dèi.
A Occidente dell’isola mitica, e comunque
collegata a essa, si trovava Tartasso, mitico emporio di merci rare ancora più
avvolto nel mistero: non si sa se fosse città o territorio e non è stato mai
scoperto dagli archeologi, nonostante decenni di scavi e congressi.
Un forziere d’argento
Per secoli gli uomini hanno cercato le tracce
di Atlantide e studi archeologi recenti l’hanno collocata prima a Santorini nel
Mare Egeo, poi in Turchia e infine a Helike, in Grecia.
Proviamo a cambiare completamente punto di
vista per capire se esistono luoghi reali che assomigliano a quanto scritto in
origine da Platone. Cominciamo dalle "mura di ogni metallo".
Si dice che i Fenici che giungevano in
Sardegna dopo il XII-XI secolo a.C. (cioè quando Atlantide era già stata
inghiottita dal mare) fabbricassero addirittura le ancore con l’argento
dell’isola per portarne via il più possibile. Chi conosce la geologia della
Sardegna sa bene che nel Sulcis-Iglesiente si trovano importanti miniere di
zinco e piombo, da sempre fra le principali d’Europa e sfruttamento fino a
pochi anni fa. E si tratta di un piombo particolare, perché ricco d’argento.
Oggi il tenore d’argento nella galena sarda è
di pochi grammi per tonnellata, ma al tempo dei Fenici e dei Romani (che
scavavano a mano primordiali miniere) quella percentuale poteva salire fino
alla quantità straordinaria di 1000 o addirittura 4000 grammi per quintale. Si
è sempre pensato che l’approvvigionamento principale dei Fenici per i metalli
fosse la Spagna, ma per quale ragione gli astuti mercanti africani avrebbero
dovuto sobbarcarsi oltre venti giorni di navigazione per trovare in Andalusia
ciò che avevano in abbondanza a soli due giorni di mare da Tiro? E non era
Tolomeo che chiamava Insula Plumbea l’odierna Sant’Antioco? Un’isola d’argento
così vicina non lascia molti dubbi sul fatto che la si sfruttasse a dovere in
un tempo in cui questo era più prezioso dell’oro, come ben sapevano i faraoni
che, in Nubia, di oro ne avevano fin troppo.
Ma l’argento non basta. La Sardegna è stata,
fino al XIX secolo, una foresta galleggiante e ricchissima di sorgenti che,
visto il clima dolce, favorivano fino a tre raccolti all’anno. Al tempo non
mancavano legno combustibile, acqua e metallo per una civiltà di metallurgici
come non se ne dovevano trovare altrove: nei forni fusori nuragici si arrivava a
1200°C e si componevano lingotti di bronzo di 30 chili che venivano portati in
tutto il mondo allora conosciuto.
Per molti studiosi sarebbe stato giusto
cercare Atlantide a Ovest di Gibilterra o addirittura nelle isole britanniche
chiamate Cassiteriti, perché qui, presumibilmente, c’erano grandi quantità di
stagno, metallo utile per fare il bronzo. E si sa che sul bronzo si è basata la
civiltà umana occidentale prima del ferro.
Non si deve pensare che il passaggio dall’Età
del Bronzo a quella del Ferro corrisponda necessariamente a una scelta voluta:
il ferro fonde a 1537°C, si rovina prima e più del bronzo, non è in definitiva
molto più duro e non può essere rifuso con facilità.
Perché sostituire un procedimento semplice e
collaudato con uno più lungo e complesso?
Gli studiosi non sanno ancora rispondere, un
fatto è però certo: attorno al XII-XI a.C. una diaspora di fabbri senza
precedenti accendeva forni un po’ dovunque fuori di Sardegna e nel 900 a.C. le
miniere toscane già fondavano una società metallurgica.
Chi aveva rivelato loro i segreti della
lavorazione? Dato che gli Etruschi non avevano ancora scoperto le potenzialità
delle miniere toscane è plausibile che siano stati proprio i transfughi
nuragici ad aiutare gli antenati di Dante Alighieri.
Un nemico invisibile
Transfughi? Da cosa e perché? Per scoprirlo
spostiamoci a Barumini dove nel 1938 alcuni studiosi, tra il mucchio di fango e
pietrame sparso per la campagna, individuarono la famosa reggia nuragica.
Solo poco più di un metro di costruzione sporgeva,
e per portarla tutta alla luce si sono dovuti asportare circa 20 metri di limo.
La prima nota strana salta subito agli occhi: la porta d’accesso (attuale) è a
circa 7 metri d’altezza dal livello di calpestìo. Si tratta di un’entrata
abituale cui si accedeva con scale di legno o una necessità dovuta alla
rifortificazione di un’aerea invasa dal fango?
Continuiamo ad analizzare il sito. Il settore
sud-orientale della reggia è stato trovato molto malridotto, come fosse stato
scaraventato a terra. Forse è il risultato della distruzione umana: guerre tra
le tribù nuragiche o contro nemici invasori.
Certo che è difficile credere che gli isolani
o i Fenici prima di portar via l’argento si fossero preoccupati di demolire i
nuraghes (così come li chiamano in Sardegna).
E inoltre si tratta di un fenomeno generale:
tutti i nuraghes della parte meridionale della Sardegna risultano distrutti e
ridotti a mucchi di pietre e fango, e tutti da Sudest. Mentre quelli da Nuoro
in su sono sempre integri.
Viene da pensare a un nemico più grande
dell’uomo, una forza della natura che ai nostri avi doveva sembrare
soprannaturale: immense onde di maremoto, tsunami primordiali che, attorno al
XIII secolo a.C., spazzano la Sardegna e demoliscono i nuraghes più esposti.
E ancora terremoti e crisi sismiche che ne
facilitarono il definitivo abbandono. Attorno a Barumini ci sono 37 resti di
nuraghes dell’Età del bronzo: 12 proseguiranno con il Ferro, ma 25 (cioè i 2/3
verranno abbandonati o tramutati da abitazioni in luoghi di culto. Ancora più
strano e che i nuraghes sulla Giara di Gestori (appena a Nord di Barumini, più
alta di circa 200 metri siano tutti relativamente integri, come se la Giara
avesse fatto da diga alla marea del Sud.
Pensiamo infine al Campidano. Una specie di
mare di terra lungo 100 chilometri che corre da Cagliari a Oristano e che è
stato paludoso per millenni, e immaginiamo uno o più maremoti che si scatenino
a largo della Sardegna e che risalgano verso Nordest trascinando detriti e
fango. Questa specie di schiaffo di Poseidone potrebbe aver contribuito a
relegare nell’abbandono l’antica civiltà di Sardegna per secoli.
Per il momento sono solo ipotesi,ma sondaggi
geologici che ritrovassero tracce di antichi tsumani nel Campidano e attorno ai
nuraghes potrebbero fornire prova importante.
I Fenici cancellano il ricordo Atlantide
Vale poi la pena di non dimenticare la mitica
Tartasso: nessuno ha la certezza che si trovi in Spagna. Una stele di 2800 anni
fa ha svelato il primo scritto fenicio completo mai rintracciato a Ovest di
Tiro: la prima riga reca scritto b-Trshs, cioè "in-Tartesso", ma non
proviene dall’Andalusia, bensì da Nora, colonia fenicia e poi romana alle porte
di Cagliari, e nella terza riga reca scritto, per la prima volta, b-Shrdn, cioè
"in- Sardegna". Certo, poteva trattarsi di coloni fenici di ritorno
dalla città spagnola, ma non è più facile pensare che Tartasso fosse in
Sardegna e che i coloni provenissero direttamente dall’attuale Libano
risparmiandosi un paio di settimane di navigazione?
Continuiamo a "scavare". Che al di
sotto delle costruzioni romane, puniche e fenicie ci siano resti nuragici più
antichi è ormai una consuetudine. A Tharros (vicino Oristano) l’evidenza è
macroscopica: i muri fenici e punici tagliano gli antichi nuraghes distrutti e
persino il moderno faro sorge su un cerchio nuragico. Quei nuraghes sono stati
frettolosamente abbandonati da qualcuno che non è più tornato e una calamità
naturale potrebbe essere all’origine di quell’abbandono.
Dunque, ricapitolando: uno Tsunami colpisce
la Sardegna; i "costruttori di torri" che vegliavano sul
"forziere di argento", e su raccolti e civiltà perdono molte delle
loro costruzioni (i nuraghes censiti sono 8000, ma c’è ragione di pensare che
siano molto di più) che spesso erano in contatto visivo fra loro (nel Sud 308
nuraghes guardano verso il mare); gli approdi sicuro annegano sotto il fango,
non ci si orizzonta più tra i fondali e la rete di commerci millenaria salta.
Ecco il momento propizio perché i Fenici
facciano sparire Atlantide e si sostituiscano agli antichi popoli del mare che
finiscono asserviti ai Faraoni o come fabbri in tutto il Mediterraneo.
Mezzi moderni per antichi enigmi
Due ultimi problemi: l’epoca del disastro e
la posizione delle Colonne d’Ercole.
Platone pone 9000 anni prima della morte di
Socrate la distruzione di Atlantide, ma nessuna civiltà aveva sviluppato la
scrittura né bronzo in quel tempo, che si tratti di un errore? E se invece di
anni fossero mesi? Il totale sarebbe 750 anni, molto vicino a quel 1200 a.C.
che sembra una data cruciale in questa nuova ipotesi.
E siamo poi sicuri che le Colonne fossero a
Gibilterra? In realtà Frau dimostra che nessuno tra gli antichi colloca
esattamente le Colonne. Ogni attraversamento in nave delle Colonne d’Ercole
prima di Eratostene (il geografo che ridisegnò il mondo antico) viene descritto
dagli antichi come difficile a causa dei fondali limacciosi e delle secche, ma
a Gibilterra non c’è neanche un centimetro di fango, visti i 300 metri di
profondità.
Le carte fisiografiche e batimetriche che
oggi la tecnologia ci mette a disposizione segnalano che c’è un solo posto dove
il Mediterraneo diventa fiume di fango, il Canale di Sicilia. Proprio qui
dunque, presumibilmente, si trovavano le mitiche Colonne d’Ercole. E indovinate
qual è la prima isola che si incontra appena fuori dal canale…
Il libro della scoperta
Colonne d’Ercole al canale di Sicilia? La
Tartasso mediterranea? I tirreni/etruschi parenti stretti di quei
tirreni/costruttori di torri? Una rotta indo-sarda-europea fin su in Irlanda? È
questa lunga e approfondita inchiesta di Sergio Frau, inviato del quotidiano La
Repubblica, che nasce l’ipotesi di un Atlantide sarda. Il libro di Frau,
"Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta", fa ipotizzare che la storia di
questo periodo potrebbe essere molto diversa da come la conosciamo. Pubblicato
dalla Nur Neon, il libro è corredato da molto cartine.
sito
del mistero