Allegoria di un falso
messia
di Augusto Gentili
Alcune immagini di Giorgione continuano ad eluderci, e non per eccessiva complessità
di significato me per eccessiva laconicità di dettato, per invalicabile reticenza semiotica.
Salvo contentarsi di qualche paesaggio "modernamente" evocativo, il problema resta quello
di comprendere se questa sorta di minimalismo è un limite oggettivo delle qualità pittoriche
di Giorgione, della sua tecnica e del suo linguaggio,o piuttosto o anche una necessità culturale,
una forma di cautela all’atto della traduzione figurativa di tematiche riservate,
circoscritte, rischiose sul piano politico, o sul piano religioso, o su tutti e due.
A questa dichiarazione sembrano tutt’altro che estranei i cosiddetti Tre filosofi, oggi a Vienna.
Il celebre dipinto che Marcantonio Mivhiel vede in casa di Taddeo Contarini nel 1525, annotando
nel suo quaderno quanto segue: "La tela a oglio delli tre phylosophi nel paese, due ritti et uno
sentano che contempla gli raggii solari cun quel saxo finto cusì mirabilmente, fu cominciato da
Zorno da Castelfranco et finita da Sebastiano Vinitiano". Sull’identità dei presunti Tre filosofi
si è ovviamente aperta da tempo (e non s’è mai chiusa) una sequenza di ipotesi combinatorie più
o meno plausibili; ma riscuote un discreto successo anche l’alternativa in chiave cristiana fornita
dalla ricorrente identificazione con i Re Magi, costretti peraltro a rinunciare alle insegne del rango,
a portarsi appresso non doni ma strumenti di misura e a contemplare una grotta vuota.
Il vecchio ha il compasso e una tabella ricca di segnali astrologici; il giovane ha compasso e regolo
a squadra; e quello che in tutti i sensi e mediano, per età e posizione, sarà inevitabilmente – anche
se privo di qualsiasi strumento – collega degli altri due. I tre filosofi sono più precisamente
tre astrologi, di diversa età, nazione, religione e cultura: da quel che vediamo. Un vecchio ebreo,
un arabo d’età adulta e un più indefinito giovane occidentale. Il più importante e autorevole
è evidentemente il vecchio ebreo, qualificato dal compasso e dalla tabella quale protagonista
e depositario dell’antica scienza. La tabella – che è l’indicazione più forte e dettagliata di tutto
il dipinto, e quindi la chiave del problema interpretativo – rimanda ancora una volta alla grande
congiunzione 1503-1504 e in particolare all’eclissi di luna del 29 febbraio 1504: in alto aa sinistra
si legge forse la data 1504 (integrando di color bruno – mentalmente, o con un pastello su una
riproduzione – la cifra "1" quasi svanita); al centro stanno su una piccola sfera leggermente
ombreggiata sul bordo destro e una grande falce di luna, quasi totalmente scura, che compongono
un sintetico diagramma dell’eclisse di luna. Subito al di sopra, la scritta sbiadita e sbavata,
piuttosto che celus o celum (che oltretutto hanno una lettera in meno), si legge, per l’appunto,
eclisi.
La tabella è completata in basso da un sole raggiato al tramonto, dove in parte si leggono e in parte
si integrano le cifre da 1 a 7. in questo contesto esse si riferiscono al cosiddetto "oroscopo
delle religioni", ossia della teoria di un percorso ciclico attraverso sette età, collegate ai
pianeti e alle grandi religioni, caratterizzato da un progressivo decadimento dell’universo e
dell’umanità fino alla catastrofe conclusiva e alla rigenerazione in un ciclo rinnovato.
All’interno di questa teoria l’attenzione tende progressivamente a concentrarsi sulle tre religioni
monoteistiche ancora d’attualità – l’ebrea, la cristiana, l’islamica – trascurando i residui
fantasmi caldei o egizi. Si potrà allora lavorare sull’ipotesi che i "tre filosofi" siano i
rappresentanti, o addirittura i fondatori, delle tre grandi religioni: sfruttando anche quel settore
complementare dell’astrologia che determina elementi di fisionomia e di carattere in base agli influssi
dei pianeti; e, per altro verso, integrando le informazioni che vengono dal dipinto come è ora
con quelle che vengono dalla sua radiografia, testimone di una versione originaria sensibilmente
diversa da quella finale.
La religione ebraica dipende dalla congiunzione di Giove e Saturno. Il vecchio corrisponde
perfettamente alla caratterizzazione saturnina dell’ebraismo come religione della profezia e della
rivelazione: l’aveva già spiegato quella tabella di previsioni astronomiche che oltretutto,
apparenta il personaggio all’iconografia di Mosè con le tavole della legge. In radiografia
la testa del vecchio appare inoltre adorna di un vistoso diadema sacerdotale che traduce in oggetto
figurato i raggi dell’illuminazione celeste. Questo non è un ebreo qualsiasi ma è appunto Mosè,
fondatore dell’antica legge, guida del popolo eletto, interprete orgoglioso della divina sapienza.
La religione islamica dipende dalla congiunzione di Giove e Venere. Il "filosofo" mediano per età
e posizione – che in radiografia ha un colorito assai più scuro, poi soppiantato
da una lieve abbronzatura e da improbabili pomelli – è caratterizzato quale musulmano non solo
dall’inequivoco abbigliamento ma anche dalla mano ostentatamente sul ventre. In termini
di anatomia astrologicamente orientata, il ventre corrisponde al segno della Bilancia,
domicilio di Venere: il gesto sottolinea l’attitudine venerea tradizionalmente attribuita
ai popoli arabi. D’altro canto il personaggio appare elegante e dignitoso, e sembra intrattenere
un privilegiato rapporto d’attenzione col vecchio ebreo. Questo non è un arabo qualsiasi ma è Maometto,
fondatore dell’Islam.
Ma il terzo "filosofo" non è certo Cristo, né altro ipotetico fondatore/rifondatore della religione
cristiana: come si potrebbe assegnare questa identità e questo ruolo al giovane sbarbato e riccioluto?
L’apparente incongruenza può essere agevolmente risolta riesaminando con attenzioni le fonti, il quadro,
e soprattutto la sua prima versione testimoniata dalla radiografia, dove il giovane è molto diverso,
caratterizzato dal profilo aguzzo, dallo sguardo maligno, dall’alto copricapo che sale a calotta
scomparendo dietro il braccio dell’arabo. Dopo Maometto e l’Islam, più "giovane" di Maometto e
dell’Islam, non può esserci Cristo e il Cristianesimo, perché Cristo e il Cristianesimo vengono,
ovviamente, prima di Maometto e dell’Islam. Dopo la "legge di Maometto" c’è solo l’età della
congiunzione Giove-Luna, l’età dell’Anticristo. Spiegano gli astrologi che egli verrà proprio
nel 1503-1504, al momento della grande congiunzione caratterizzata dell’esaltazione di Giove in Cancro,
casa della Luna: falso profeta, falso sapiente, falso astrologo, non scienziato ma negromante,
porterà un’epoca di menzogna e rivolgimenti e corruzione e morte, che fortunatamente sarà breve
come brevi sono i moti circolari della luna. Questo giovane non rappresenta il Cristianesimo ma
semmai la sua estrema decadenza: è l’imminente e attualissima incarnazione dell’Anticristo.
Sul problema dell’Anticristo si contrappongono, tra Quattro e Cinquecento
(e naturalmente anche prima), due inconciliabili schieramenti: i cristiani ritengono
che l’Anticristo verrà da stirpe ebraica, e anzi sarà il falso messia atteso dagli ebrei;
gli ebrei, in attesa del vero messia, sostengono che l’Anticristo verrà dalle fila cristiane,
e anzi sarà l’estremo rappresentante del Cristianesimo degradato. Giorgine e il suo committente
sono evidentemente sulla seconda posizione, giacché nei Filosofi l’ebreo c’è già, ed è un vecchio
venerabile che reca nella tabella astrologica la chiave del sapere; c’è anche l’arabo, che malgrado
il gesto "venereo" sembra proprio un sapiente astrologo dei tanti che la sua gente ha prodotto;
ma non c’è il cristiano, o se c’è è il cristiano dei tempi ultimi, il falso profeta e falso messia,
il mago nero apparentemente impegnato a scrutare e misurare la grotta deserta dove non c’è
e non potrebbe esserci alcuna natività e alcun diverso messia, dove edera e fico – tradizionali
simboli d’elezioni – contrassegnano invece un vuoto oscuro, e dove la roccia riproduce,
stagliato contro il cielo, l’ingannevole profilo della sfinge.
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